New York bridal week

New York, New York.
Una città che ha sempre fatto sognare. Tutti.
Tranne me.
Vuoi perché prima c’ero sempre andata da turista, di passaggio in qualche roadtrip, in quei viaggi dai quali torni avendo visto tante cose ma non potendo dire veramente di aver compreso a fondo la cultura del posto. Oppure al seguito di qualche azienda, ombra zampettante dietro a qualche capo capriccioso. Nonostante le numerose affinità — da quelle linguistiche, all’atmosfera rampante di libertà che vi si respira, ai rumori del traffico che parlano di energia — non mi ci ero mai appassionata particolarmente. Mbeh, alla fine, è una colata di cemento mi ero sorpresa a pensare al ritorno dal primo viaggio.
E poi. E poi succede che, nella vita, non c’è niente di più bello di qualcosa che ti fa cambiare idea.
Perché l’ultima volta, a New York, ci sono andata per la mia attività e per soddisfare un bisogno di arricchimento professionale. Ed è stato allora che ho potuto davvero entrare nel vivo della sua energia creativa, assaporare la diversità dei suoi abitanti con cui sono entrata in contatto, fare pace con quei paesaggi da cartolina così difficili da fotografare in modo nuovo, e capire perché ci si riferisca ad essa con una frase ben precisa.
Bright Lights, Big City.

Come ho già scritto subito dopo il mio ritorno mesi fa, per me si trattava di un esperimento. Prima fotografa di matrimoni italiana a visitare le sfilate sposa americane, avevo deciso d’intraprendere questa iniziativa per pura curiosità e senza attendermi alcun ritorno se non quello culturale, di completamento e sublimazione della mia formazione nella moda. Un’occasione per avvicinarmi ancor di più a quello che vedono e scelgono {o non vedono perché in Italia non arriva} le clienti che ho e quelle che ancora devo incontrare.
O almeno, pensavo che non ci sarebbe stato altro payoff che quello artistico. E invece.
E invece turns out che da quel viaggio sono nate relazioni che mi hanno portata e mi porteranno a scattare per alcune delle mie stiliste preferite a Milano e a Londra. Ancora, turns out che gli scatti panoramici che ho approfittato per fare mentre mi trovavo lì andranno a far parte della mia nuova collezione per la linea Glossy Art di Bubola e Naibo e verranno distribuiti su quadri in plexiglass giganteschi nei migliori negozi di design del mondo. No, dai, non può essere. Non sto parlando di me. Dev’essere per forza capitato ad un’altra. Non sono io quella che andrà ad assistere alla presentazione della collezione delle proprie foto in anteprima al Salone del Mobile di Milano il 14 aprile. Nah. Impossibile.
Lo sviluppo del mercato della foto di paesaggio però non è stata la sola cosa meravigliosa che è nata da quel viaggio fatto per gioco. Mesi dopo, infatti, mentre i ricordi delle mie visite agli ateliers di Jenny Packham, Vera Wang, Aruna Seth, e della fiera principale giacevano nel cassetto come sono solite fare tutte le foto con cui non voglio spammare il web … un’intervista che mi è stata proposta per la trasmissione L’Italia Chiamò, che va in onda da Boston e su molte TV locali italiane con la direzione di Stefano Marchese ed Elisa Meazzini, mi ha fatto venire voglia di ricordare, e di raccontare, quella settimana. Se vi va di farvi due risate vedendomi alzare gli occhi al cielo mente parlo, Bellucci-style, e di sentirmi parlare con un’anguria in bocca dall’emozione, potete farlo qui: http://litaliachiamo.com/podcast/3079a58bd1049b41f6c029326e78beaa
E a proposito di quell’intervista … oltre a Silvia, che ormai conoscete e che venendo con me ha reso il viaggio ancor più divertente dandogli veramente senso — perché cos’è, vedere qualcosa, se non puoi girarti verso nessuno per dire Bello, n’è ? Oltre a Silvia, dicevo, a New York mi ha raggiunta anche un’altra persona molto speciale.
Ed è lei che scrive oggi. Non solo perché è stata partecipe di questa iniziativa, ma anche perché sa farlo molto meglio di me.
Elisa è una giornalista professionista, un’expat americana d’adozione che sa di che cosa parla, una mia ex sposa diventata confidente irrinunciabile. Ed una persona che auguro a tutti di avere come amica. La sera che mi è apparsa sulla porta della nostra camera all’Hudson Hotel, arrivata da Boston, ho dissimulato. Ma dentro, ragazze, avevo le grida. Non mi pareva vero rivederci dall’altra parte dell’oceano dopo averlo tanto aspettato, e che lei avesse acconsentito ad accompagnarmi e ad essere parte attiva e consigliera di questa avventura.
Without further ado, it is therefore my privilege and honour to introduce here today the sweet … the lovely … the amazing … Elisa Meazzini.
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Con la Grande Mela è stato amore a prima vista.

L’ho adorata dalla prima volta che l’ho visitata, dodici anni fa. Non ci posso credere che oggi io riesca ad andarci con la stessa facilità con cui, fino a poco tempo fa, da Trieste, la mia città, potevo raggiungere – che so – Verona.
Vivo negli Stati Uniti da un anno. Mi ci sono trasferita un po’ per scelta un po’ perché non avevo altra scelta: mio marito fa il ricercatore e se non volevamo immaginare un futuro boccheggiante in Italia, dovevamo per forza cambiar rotta. Quella di Colombo è e resta, finora, la migliore che potessimo intraprendere.

Quindi ora vivo a Boston, Massachusetts e adesso New York la raggiungo in bus, come una vera americana. Solo che di recente non ci sono andata per fare la turista tout court. Stavolta ad aspettarmi c’era la reunion con un’amica, nonché fotografa del mio matrimonio, nonché custode di racconti, impressioni e paturnie transoceaniche….signore e signori….niente meno che la grande Giulia Zingone!

Un incontro atteso da tempo, che seguiva mesi e mesi di chat a cavallo tra Boston e Milano. Inizialmente uno scambio di foto ed emozioni legate all’album del mio matrimonio che lei, in Italia, stava concependo per me in ogni minimo dettaglio. Da lì le impressioni e i primi racconti si sono trasformati in confidenze, scambiate nelle ore tardo-pomeridiane per me, notturne per lei, instancabile lavoratrice che sa a che ora accende il computer, ma mai quando lo spegnerà.
E così incontrarci a New York e condividere alcuni di quei momenti su cui tanto ci eravamo soffermate nelle nostre chiacchierate virtuali (ma anche in quelle reali, davanti ad abbondanti piatti di spaghetti ai frutti di mare nella nostra bella città natale) ha assunto un sapore tutto diverso.

Toccare con mano quelle manie e quei dettagli tutti Made in Usa, per noi che li avevamo ispezionati ed elaborati in ogni loro piega più nascosta (lei da appassionata della materia dopo diversi viaggi on the road tra le due coste, io da neo-abitante del luogo) creava una complicità tutta nostra.



A condire il tutto, la visita alla New York International Bridal Week, LA fiera della sposa per eccellenza. Giulia l’avrebbe visitata per lavoro assieme a Silvia, compagna di viaggio e preziosa collaboratrice.

Giulia sarebbe (ed è) stata la prima fotografa italiana ad accedere all’evento.

E così, sfoderando il mio tesserino da giornalista (pur non avendo mai scritto prima quasi nulla in fatto di moda) e cogliendo un’opportunità che difficilmente avrei avuto altrimenti, mi sono infilata anch’io in questa nuova esperienza.

Un‘occasione per scoprire qualcosa di diverso, in un mondo tutto pizzi e tulle che mi ha sempre affascinato e che porta con sé il fresco ricordo del mio matrimonio celebrato poco più di un anno fa: l’occasione che mi ha fatto conoscere Giulia, l’unica che avrei voluto immortalasse le scene del mio giorno più bello.
Se vedeste i bellissimi scatti di quella giornata, vi rendereste subito conto che io sono stata una sposa piuttosto essenziale. In generale non amo eccedere e per il mio look di quel giorno ho voluto, innamorandomene, un abito piuttosto lineare (pur concedendomi comunque alcuni dettagli che lo rendessero unico) e gioielli minimal, ma dall’enorme valore affettivo. Niente velo e fiori quanto basta. Resto convinta della mia scelta e la rifarei di nuovo. Ciò non toglie che di fronte all’enorme vetrina della Bridal Week newyorkese, io sia rimasta a bocca aperta. Molte cose ovviamente le ho trovate troppo distanti dal mio gusto di sposa, ma sicuramente molto affascinanti dallo sguardo d’osservatrice.

Ed è da questa prospettiva che voglio sottolineare quanto l’America, anche in questa occasione, si sia rivelata una fonte di chicche inedite e novità sorprendenti. Resto fermamente dell’idea che il gusto italiano non abbia paragoni in termini di eleganza, ma quello che un Paese come gli Stati Uniti insegna è che la varietà non deve far paura. Specie se si tratta di una vetrina di moda internazionale che raccoglie ispirazioni da ogni parte del mondo, dove tutto ciò che è osare, è ben accetto se non addirittura preteso. Così mi sono imbattuta in creazioni (dagli abiti agli accessori, dalle scarpe alle acconciature) che non so nemmeno se avrei mai incontrato sui cataloghi o riviste da sposa sfogliati in Italia: di sicuro io stessa le avrei saltate a piè pari perché troppo lontane dall’idea che avevo in testa.
Non sta a me soffermarmi su dettagli su cui Giulia, da esperta, avrà parole e giudizi ben più pertinenti dei miei, ma credo che proprio quei dettagli, quelle uscite dai bordi, quei tentativi di stupire, siano lo specchio di un atteggiamento a cui tutti noi dovremmo aprirci, nella ricerca della nostra dimensione. L’ho chiaramente percepito scrutando l’entusiasmo con cui lei stessa s’incantava difronte ad un abito, lo spiegava nei dettagli che un occhio poco critico avrebbe trascurato, lo sceglieva per una drammaticità (cit.) insolita o comunque diversa da quella delle nostre abitudini più tradizionali.
Quindi, seppure non stia a me esprimere un giudizio di merito sugli abiti (ovviamente ho stilato la mia personale classifica) sono soprattutto contenta di aver avuto, ancora una volta, la riprova di ciò che la mia esperienza all’estero continua a ricordarmi ogni giorno: guarda, osserva, scopri, tenta, non avere paura, lascia andare un po’ di quello snobismo un po’ italiano, sicuramente europeo. Qui ti è concesso, nessuno ti giudicherà, anzi, semmai, ti darà gli strumenti per dire anche tu la tua.


Per me è così ogni giorno: in questa nuova vita che mi sono dovuta cucire addosso – talvolta alla bell’e meglio, non trovandomi sempre a mio agio nei panni dell’emigrante – ho imparato, se non proprio a mettere da parte le mie convinzioni (ci mancherebbe…) almeno a confrontarle con la diversità che qui si palesa in mille, differenti aspetti.



So quanto Giulia cerchi attraverso le sue foto di spingere chi la segue a osare, a guardare al di là di un’immagine di sposa e di matrimonio già codificato, a scegliere il dettaglio unico. Le brillano gli occhi ogni volta che il suo obiettivo coglie uno di questi dettagli nuovi, diversi, inaspettati. Te li mostra, dallo schermo della sua macchina fotografica, con l’entusiasmo con cui una bimba aprirebbe il suo scrigno pieno di gioie preziose.
Perché dietro ad ogni scatto, ci giurerei, c’è la scommessa che lei ha fatto con le sue scelte di vita. Scelte che ognuno di voi che la segue sul suo blog, ormai conosce, ma che sono tutt’altro che scontate.

Scelte che l’hanno proiettata in una dimensione che lei ha cercato e voluto per sé attraverso il sacrificio e la capacità di osare e mettersi sempre in discussione.

Scelte che, evidentemente, sono state premiate, se proprio negli stessi giorni della fiera newyorkese Giulia è stata invitata a scattare dentro a due rocche inespugnabili dell’alta moda mondiale: lo showroom di Jenny Packham, ma soprattutto quello di Vera Wang. Un onore che viene concesso al contagocce su scala globale e che rende a Giulia tutto il merito della sua bravura.

Sono felice di aver condiviso con lei alcuni momenti di quei pochi ma intensissimi giorni: dentro ai padiglioni della Bridal Week così come sopra l’ultima rampa del Top of The Rock.

Una metafora di vita per due come noi, che per motivi diversi ma, ne sono certa, per spinte interiori tutto sommato simili, hanno mollato ancore e ormeggi per vivere qualcosa di nuovo, lontano dalle sicurezze, qualcosa di bello perché ignoto. Per due che sono state capaci di respirare l’aria di un 70esimo piano, a 260 metri d’altezza, per oltre due ore, a cavallo tra la luce e il buio, senza badare al vento e a quelle vertigini che forse, fino a un paio d’anni fa, avrebbero fatto girar la testa ad entrambe.
Torna presto Giulia!

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{GZ: Una menzione speciale per la direzione e lo staff di Antonella Del Brusco, persone, non solo professionisti, semplicemente squisiti che ho conosciuto pochi giorni prima di questa trasferta e che a New York mi hanno condotta in showroom dove qualsiasi ragazza sogna di entrare. Il loro modo di essere e di lavorare — armonico, aggraziato, sapiente, e di forte integrità morale e di business — ha reso loro ormai da anni i leader del mercato dell’alta moda sposa, e ha confermato a me personalmente che, se invece di guardare e andar dietro a quello che fanno tutti, seguiamo i nostri principi, ci si schiuderanno le opportunità più belle e ci arriveranno proprio dalle persone per cui meritiamo di lavorare. Ad Antonella, Carlo, Roberta, e come sempre agli altri sostenitori di più vecchia data — clienti, collaboratori, amici, lettori e sconosciuti — che hanno sempre fatto il tifo per me in questi anni e mi hanno aiutata nella rincorsa al mio sogno, va il mio grazie più sentito. Io non dimentico.}
